La lezione di Giano Accame

accame.jpgCarissimi,
la decisione di Giano Accame, di farsi seppellire in camicia nera e avvolto nella bandiera della RSI, ha colto di sorpresa tutti quanti: è un gesto a cui non eravamo abituati, una reminiscenza del tempo di guerra, qualcosa di estraneo allo sciatto e disincantato tran-tran moderno, in cui anche la morte perde il suo pathos. Io vi confesso di non sapervi descrivere l’emozione cheprovai entrando in quello studio a me noto e trovandomi dinanzi Giano in camicia nera, avvolto nella bandiera con l’aquila e col fascio. Rimasi come impietrito e (sono certo che non ne riderete!) lo salutai romanamente, restando in raccoglimento dinanzi a quella salma composta, al suo volto sereno.
A mente fredda poi, durante il funerale, nella chiesa stracolma di S. Maria della Consolazione, mi sono chiesto il perché di quella decisione, e sapendo come Giano fosse sempre stato alieno da gesti enfatici e da retorici ritualismi, leggendo sul Secolo del 17 aprile quel suo scritto del 1967: Omaggio a Brasillach, che iniziava: “Io che resto fascista nel cuore”, per concludere: “ci ritroviamo oggi col fantasma di Robert Brasillach ancora illuminato della luce pallida delle nostre promesse non mantenute, delle nostre canzoni troppo roboanti e fuori moda, delle nostre camicie nere d’una volta”, ho capito finalmente il perché di quel gesto: la sua è stata una lezione diretta al Prevaricatore. Non una pantomima, beninteso, ma un atto sentito comeun dovere, per reagire al macroscopico scempio compiuto dall’autocrate dell’abominio.
Ha dovuto sentirsi un verme il Rinnegato, dinanzi a quella camicia nera, a quella bandiera… Sul Secolo d’Italia hanno così minimizzato: “Gianfranco Fini, rendendo omaggio alla salma del giornalista, ha ricordato insieme alla moglie e ai figli quando, nel lontano 1988, appena eletto segretario del MSI, si era recato in quella casa per offrire al giornalista la direzione del giornale di partito.” Nei giornalisti del Secolo c’era la ricerca d’un alibi che giustificasse la loro dipendenza dal Prevaricatore. E così hanno tributato a Giano encomi che gli spettano di diritto, ma mirati a presentarsi come discepoli di colui, che è stato di Fini il primo e più severo fustigatore. 
Anticipatore, precursore, “Accame ha lavorato per fare uscire la Destra dal suo lungo letargo”, “tutta la sua militanza politico-culturale è stata condotta all’insegna del dialogo e del superamento degli steccati”, tutta una tiritera di lodi per accreditare Accame come l’ispiratore del nuovo corso di Gianfranco Fini. Ma che storicizzare un’idea non equivalga a capovolgerla nel suo contrario, è troppo arduo per il comprendonio di quel microcefalo saccente. Il vero merito di Giano è stato riconosciuto da Gianni Alemanno quando ha detto: “Ha saputo armonizzare realismo e onore”, ma l’onore anche Alemanno non sa dove sta di casa. La lezione di Giano rischia dunque di cadere nel vuoto? Certamente non c’è nulla da aspettarsi da queste canaglie, sprovviste del senso del limite. Con l’inizio del nuovo secolo, anch’io avevo deciso di metter fine a ritualismi e commemorazioni, quali quella del 28 aprile e del 28 ottobre. Ma allorché il Prevaricatore tirò fuori l’incredibile idiozia del Fascismo “male assoluto”, chi poteva più tener fede a quella decisione? Il suo tentativo di invertire la tendenza alla pacificazione nazionale ha avuto l’esito prevedibile di riaccendere le sopite passioni, e a questa spirale non potevano sottrarsi il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio. Ma non disperiamo: la lezione di Giano Accame sarà raccolta proprio dalle giovani generazioni, che proprio loro non perdonano al Rinnegato di averli defraudati dell’Ideale…
Giuseppe A. Spadaro   
La lezione di Giano Accameultima modifica: 2009-04-23T12:56:00+00:00da eretico4
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