Dibattito “DESTRA nel PDL”: il contributo di MARCO VALLE

marco valle.jpg

L’AGORA’ POSSIBILE.

UN LABORATORIO PER LA CULTURA LIBERATA

 

UN PASSAGGIO EPOCALE

Stiamo vivendo un tempo complesso, ambiguo. In tutto il mondo, Italia compresa, si stanno affermando con forza tre fenomeni differenti e contraddittori ma, tra loro, sinergici: il “turbocapitalismo”, la nuova rivoluzione tecno-scientifica, il (ri)sorgere del “pensiero antipolitico”. Questa triplice combinazione forma la base di quel complesso di fattori che  definiamo la “globalizzazione liberista”.

Un passo indietro. Con la fine del bipolarismo Est-Ovest sono andate definitivamente in crisi sia le vecchie economie fordiste che i “piani” socialisti. Finanza, tecnica e scienza liberi dagli obblighi di schieramento, hanno potuto dispiegare le loro enormi potenzialità. Con l’esaurimento degli schemi della “guerra fredda” (innestati, in ogni caso, su logiche, sempre politiche) si sono dischiusi nuovi scenari, paesaggi che la Politica non ha saputo più leggere e, tanto meno, dominare.

IL TRAMONTO DELLA POLITICA

In questi ultimi anni la Politica sembra destinata a spegnersi nell’amministrazione dell’esistente. Il “turbocapitalismo”, forte delle immense risorse tecnologiche ormai prive di controlli, tende ad assorbire la politica nell’economia e a modificare le regole, le garanzie sociali basiche e, persino, le strutture statuali. Ad ogni latitudine. Si tratta di un brutale meccanismo d’esproprio delle sovranità nazionali e popolari a cui, con differenti sfumature, il “pensiero antipolitico” offre un raffinato alibi culturale ed una copertura teorica articolata.

Il “pensiero antipolitico” è trasversale e ad interpretarlo non sono solo gli apologeti di Karl Popper e Ludwig von Mises o le fondazioni create dalle multinazionali. Assieme a loro si agitano, in nome dell’internazionalismo o dell’ecumenismo, gli epigoni delle culture marxiste, gli esponenti del peggior cristianesimo progressista (protestanti o cattolici, poco importa…) e, talvolta, anche gli esegeti del localismo più esasperato. Al di là delle contrapposizioni apparenti e dei diversi mezzi impiegati (le guerre “umanitarie” o i disordini di piazza), le radici sono le medesime (il Calvinismo, l’Inghilterra seicentesca, l’Illuminismo, il 1789, il 1917…) come identici sono gli schemi valoriali (il mito del progresso, l’egualitarismo, i “diritti umani”, il multiculturalismo) e gli obiettivi ultimi (il governo planetario, la pace universale, il “paradiso” in terra).

In Occidente l’affermarsi di questo processo ha determinato una forte gerarchizzazione delle ricchezze e della loro gestione ed una sempre più rigida oligarchicizzazione dei poteri e dei livelli decisionali pratici. Nelle democrazie avanzate questo meccanismo sottrae sempre più spazio alla politica, demotivandone il controllo da parte degli elettorati attivi e restringendo sempre più le capacità decisionali fino a concentrarle nelle mani di pochi ambienti ad alta qualificazione tecnologica e finanziaria. E’, in sintesi, il modello post-democratico anglo-sassone, per cui il declino della Politica non soltanto segna il tramonto dello Stato, di qualsiasi idea di Stato, ma significa la stessa “fine della Storia”.

Lo straordinario patrimonio tecnologico e mediatico, la forza militare, l’omogeneità linguistica, la comune base culturale (ricordiamo, a proposito, Max Weber e i suoi lavori sul protestantesimo come base del moderno capitalismo) fanno degli Stati Uniti e dell’intera area anglo-sassone, l’agente principale dei processi di mercantilizzazione del pianeta e di depoliticizzazione delle società. Ma non si tratta di passaggio “dolce” pacifico, accettato. Ovunque si odono squilli di rivolta, rullano i tamburi di guerra, nuove battaglie si annunciano. Prenderne atto, valutando tutte le implicazioni, è un atto di necessario realismo politico.

IL RE E’ NUDO

La critica alla globalizzazione liberistica non è monopolio delle sinistre.  Anzi. Da tempo studiosi anticonformisti (per esempio, il premio Nobel Joseph Stiglitz e, poi, Edward Luttwak, Peter Singer, Sergio Romano, Geminello Alvi, Stefano Zecchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Alain de Benoist, Incisa di Camerana, Virgilio Ilari e tanti altri), sottolineano i limiti del processo in atto. Del resto, basta scorrere la cronaca per comprendere che ovunque, dall’Indonesia alla Russia, dall’Argentina agli stessi USA, le ricette del liberalismo selvaggio sono fallite. Come nell’antica favola, il “re è nudo”, eppure pochi hanno il coraggio di gridarlo…

Non è quindi un caso che il “pensiero unico” liberista incontri notevoli difficoltà ad imporsi su quel “paesaggio plurale” ed incredibilmente differenziato che è l’Europa. Il Vecchio Continente, con le sue tradizioni politiche, il suo potenziale economico, i suoi giacimenti culturali e le possibili risorse militari, non solo sarà il principale concorrente del blocco anglo-statunitense ma già oggi rappresenta, con il suo senso profondo della Polis e dell’Agorà, un’alternativa realistica alla mitologia mondialista.

La nostra non è una battaglia di retroguardia. L’Europa che noi amiamo affonda le sue radici nel mito di Prometeo e di Ulisse. La Tecnica, la scienza, lo sviluppo, la ricerca, la curiosità non ci spaventano. Anzi. Noi, come italiani ed europei, siamo figli ed eredi di una civiltà di scoperte,“globale” ed imperiale. Ma, a differenza degli statunitensi, nessun fatalismo può indurci ad affermare che alla globalizzazione dell’economia e della tecnica debba corrispondere la globalizzazione della cultura e il tramonto del Politico. Siamo ancora convinti che, nonostante tutte le delusioni, la guida della Polis spetti al Politico. Al mago, all’alchimista, al mercante, al predicatore, sono riservati altri ruoli.

Lo scontro è culturale e va affrontato con fantasia e realismo, senza alcuna concessione a nostalgie bucoliche ma con il dovuto orgoglio intellettuale. Rifiutare un mondo organizzato sulla base di criteri unificati, omologanti e sostenere che esistano differenti vie allo sviluppo e alla modernità non è utopismo; Criticare l’avvento di un mercato planetario privo di regole, denunciare l’imposizione di un pensiero universalista, non è sinonimo di vuoto massimalismo; opporsi allo smantellamento di ogni schema statuale e di tutte le forme sociali e comunitarie non basate sul profitto, non significa temere o rifiutare la Tecnica o sognare impossibili arcadie.

QUALI RISPOSTE?

Questo panorama in continua evoluzione impone a chi crede nella Politica analisi innovative e decisioni coraggiose. Partendo proprio da una visione “forte” dell’Europa la Destra può offrire un disegno complesso che si contrapponga al modello utilitarista ed economicista oggi proposto (o imposto…). Tutto è possibile. Basta crederci e ri-fissare un progetto storico nell’attualità. Per farlo è indispensabile superare subito le mediocrità del tatticismo, della “navigazione a vista”.  Archiviamo perciò l’obsoleto, il vecchio e affrontiamo il nuovo.

Su questa “linea di frontiera” la Destra non è sola. Ad affermare il primato della Politica e della decisione, a difendere l’idea di Stato (nelle sue tante declinazioni e sfumature), a proporre visioni identitarie e una differente idea di sviluppo, vi è anche un’area composita, magari non immediatamente riducibile negli schemi politici attuali. Pensiamo a spezzoni del mondo cattolico (C.L in primis), a settori della diaspora socialista, agli intellettuali e giornalisti anticonformisti (da Romano a Socci, da Feltri a Fini, da Alberoni a Zecchi o ai gruppi di Ideazione e Limes) e ad imprenditori coraggiosi come Armani, Missoni, Ferragamo. Spetta alla Destra politica dialogare con tutti questi soggetti e assieme ad essi creare (in modo trasversale e coinvolgente) gli strumenti per rispondere alle sfide della modernità.

UN LABORATORIO E TANTI PUNTI D’OSSERVAZIONE

Bisogna da subito fissare dei punti di coagulo, delle “zone franche” su cui, alla luce del mutamento epocale in atto, creare lavoro politico e culturale, dibattiti e sinergie inattese. Ecco l’urgenza di organizzare un laboratorio aperto sotto forma di Fondazione, strutturato in più osservatori settoriali o locali. In questa prima fase abbiamo individuato alcuni temi principali su cui operare. Eccoli.

A. Tecnica e Patria

Con un’intensità imprevista e una velocità vertiginosa, il cambiamento tecno-scientifico sta mutando in profondità la quotidianità d’ognuno di noi. Libere da ogni controllo etico e politico, le nuove scienze –– la cibernetica, l’informatica, la genetica, etc. –– stanno scrivendo il nostro futuro. Ogni giorno. A questo riguardo il silenzio della Politica è assordante. Abbandonare questo terreno di scontro, magari in nome di una presunta “neutralità” della scienza, è semplicemente imperdonabile.

L’assenza o il silenzio della Politica apre spazi ad altri soggetti critici; pensiamo alla Chiesa cattolica, agli ecologisti o alle varie sette pseudospiritualiste. Una forza politica che si vuole storica ha il dovere di studiare, capire e guidare la trasformazione tecno-scientifica. In nome dell’interesse nazionale. E’ perciò indispensabile la realizzazione di uno spazio pensante (ed operante) che, nel segno dell’intelligenza italiana, coaguli le tante energie intellettuali disperse nelle università o nel mondo del lavoro e s’imponga come un interlocutore credibile per quella parte del mondo scientifico nazionale che non ha ancora deciso d’emigrare oltreoceano (e, una volta laggiù, vincere qualche Nobel…).

B. Geoeconomia e sistema Italia

La “morte annunciata” della Fiat s’interseca con il più generale processo di deindustrializzazione del nostro Paese. Il limitato peso dell’ormai unica industria automobilistica italiana (il “peso” dell’auto sul PIL è stimato, indotto compreso, tra l’0,4 e lo 0,6 %) non può consolarci: a causa di scelte socio-economiche sbagliate, una delle poche industrie simbolo italiane (la FIAT figurava, assieme a sole altre otto aziende nazionali, nella lista delle 500 imprese globali del pianeta) rischia di scomparire. Il prezzo della crisi torinese rischia d’essere terribilmente alto per l’intero sistema Italia.

Al di là della cronaca politica e sindacale, la Nazione rischia di diventare tra breve una colonia economica dei paesi più forti. E’ perciò necessario avviare, alla luce delle parallele esperienze britanniche, francesi e tedesche, un ragionamento serrato e freddo sulle ragioni sui troppi ritardi e le tante incapacità strutturali del sistema industriale italiano (purtroppo ancora imperniato sul trinomio Mediobanca-IFI-Tesoro). La Fondazione può essere il luogo d’incontro adatto.

Ma accanto al tramonto di quella che un tempo potevamo definire la nostra “industria-potenza”, vi è un 92% del tessuto imprenditoriale costituito da piccole e medie imprese. Si tratta di un patrimonio importante e prestigioso (pensiamo alla filiera dell’eccellenza, al settore agro-alimentare o a quello farmaceutico), eppure, per molti motivi, incapace di competere pienamente sui mercati internazionali. Ai tanti imprenditori locali (distribuiti su quasi cento distretti) che con armi impari combattono in un mondo globalizzato, la Destra di governo può e deve dare rappresentanza e voce.

C. Istituzioni e Politica

Ricostruire un’idea dignitosa di sistema Italia significa anche ricostruire un’idea di Stato. Mezzo secolo d’eclisse dei valori nazionali, causati dall’egemonia catto-comunista e poi dall’attuale ondata tecno-scientifica, hanno indebolito la già scarsa coscienza civica degli italiani. Come ricordava De Rita nel suo ultimo saggio, gli italiani si stanno sempre più distanziando dalle Istituzioni (e dalla politica) e si rinchiudono in un nuovo individualismo (le c.d moltitudini). Pensare di invertire il processo agitando la bandiera del centralismo è folle. E’ invece compito della Destra costruire un nuovo equilibrio istituzionale in cui far incontrare le esigenze regionalistiche, la fedeltà allo Stato nazionale, la speranza europea.

Dobbiamo perciò creare un laboratorio d’ingegneria istituzionale che elabori, al di là delle necessità tattiche del momento, un progetto statuale “alto” ma realistico. Nel tracciarlo dobbiamo tenere conto delle tante potenzialità nazionali ma anche delle debolezze storiche dell’Italia. Il nostro Paese assomiglia ad “un’arcipelago, segnato com’è da un grande policentrismo di soggetti, di situazioni territoriali e di poteri. E’ quindi del tutto inadatto al verticalizzato paradigma piramidale della nostra tradizione istituzionale, sia esso interpretato dallo Stato Nazionale che da venti piccole piramidi di governo regionale” (G. De Rita).

D. Un nuovo patriottismo

Ma, nonostante le tante criticità ricordate, l’identità nazionale resta per la grande maggioranza dei nostri connazionali un’esigenza centrale. Oggi più che mai. Come ricorda l’ultima ricerca del Sole 24 Ore (Tendenze 2003): “i fatti dell’11 settembre hanno ulteriormente acuito il nostro bisogno identitario, come antidoto all’incertezza dei tempi in cui viviamo, come condizione indispensabile per accedere a risorse di trascendenza che ci aiutino a ridurre l’ansia di fronte all’idea della nostra morte, ma anche come reazione a civiltà, come quella islamica, connotate da identità sociali estremamente solide, dalle quali ci sentiamo minacciati, ma verso le quali, al contempo, proviamo una sottile ammirazione, se non altro perché ci rendiamo conto della sostanziale debolezza delle nostre appartenenze sociali, per le quali difficilmente riusciremmo a sacrificarci. Dopo l’11 settembre, pertanto, si è affermata una forte spinta a ritrovare sia i fondamenti storici dell’unità nazionale, sia i tratti antropologici e psicologici dell’”italianità”.

Senza dimenticare (o rimuovere) il nostro passato è perciò arrivato il tempo di ricreare un nuovo e moderno orgoglio nazionale. Immaginiamo un osservatorio che riunisca memoria e futuro, costruisca ricerca storica e, al tempo stesso, dialoghi con gli operatori dell’eccellenza italiana. Pensiamo ad un’isola di “cultura liberata” in cui far incontrare i reduci di El Alamein e gli artefici del Made in Italy (un nome chiave potrebbe essere Ottavio Missoni), gli studiosi del Risorgimento e (nonostante gli Agnelli) le energie vive dell’industria automobilistica italiana. E poi, ad un tavolo di lavoro attorno a cui dialogare sia con gli operatori enogastronomici sia con i tanti tecnici costretti a lavorare all’estero; vorremmo uno spazio in cui siano di casa i soldati che partono per le missioni oltremare e gli imprenditori (vedi Armani, Ferragamo, etc.) che esportano, inventano, rischiano. Tutti in nome dell’Italia. Questa è la “Patria del terzo millennio”.

E. L’Italia globale

Su queste coordinate (speriamo condivise…) l’interesse nazionale torna ad essere un dato centrale. Bisogna difendere duramente gli interessi dell’Italia in Europa (soprattutto nella prospettiva del prossimo semestre italiano) e nel Mediterraneo. L’antica debolezza internazionale (d’ordine psicologico prima che sostanziale) dell’Italia può e deve essere superata. Per farlo bisogna combattere la cultura rinunciataria e provinciale che ancor oggi alberga nelle menti dei gruppi dirigenti del Paese e ricordare a molti che, oltre ad essere una meta turistica, l’Italia è una delle principali potenze industriali del pianeta capace (come hanno dimostrato uomini come Beneduce, Mattei e tanti “piccoli” imprenditori) d’iniziative autonome e vincenti.

La particolarità geografica dell’Italia c’impone uno sguardo originale verso l’altra sponda dell’ex Mare Nostrum. Leggere le attuali tensioni con le lenti di Samuel Hungtinton è pericoloso ed inutile. Gli odierni conflitti in Medio Oriente e in Asia Centrale, hanno ragioni più profonde (e inquietanti) che quelle elencate dall’autore dello “Scontro delle Civiltà” o da Oriana Fallaci. In ogni caso, prima di impegnarci in una qualsiasi avventura militare (magari in nome di una nuova Lepanto) è il caso di chiederci, senza remore o insopportabili subalternità, dove effettivamente risiedano gli interessi del nostro Paese. Su queste linee è ipotizzabile un incontro con un mondo intellettuale non allineato.

F. Lo sguardo sulla città

Accanto a questi osservatori settoriali é importante costituire osservatori cittadini dedicati allo studio delle problematiche del territorio. Come ricorda De Rita, è sempre più diffusa nella società (e le dinamiche elettorali, dopo l’avvento del sistema uninominale, lo confermano) la logica localista; ciò non solo “per effetto della crescente importanza del territorio, ma anche dalla propensione dei cittadini a riscoprire la vita comunitaria, dalle loro crescenti aspirazioni alla qualità della vita, dalla crescente domanda di servizi a scala locale, dalla conseguente aumentata gamma di responsabilità delle autorità locali, in un crescente processo di articolazione diffusa dei poteri”.

Per rispondere alle tante esigenze del territorio gli attuali schemi meramente amministrativi ed efficientisti non bastano. L’attuale sforzo di governo delle realtà locali risulterà alla lunga vano se non sapremo ripensare la città per liberarla dalla cinquantennale dittatura della bruttezza, del provvisorio o del nonsenso. Il risultato di questa lunghissima egemonia antiestetica è sotto i nostri occhi: quartieri dormitorio, zone a villette prive d’anima, periferie grigie, interminabili centri commerciali che sfigurano l’ingresso delle città, proliferazione dei “non luoghi” anonimi che si rivolgono ad utenti frettolosi, centri storici desertificati o abbandonati ai servizi commerciali, edifici privi di uno stile comune, di un senso estetico…

Riprendendo, per esempio, gli studi del Touring Club e le provocazioni di Stefano Zecchi sul destino dell’urbanistica, gli osservatori locali della fondazione possono essere i promotori di tanti “manifesti per la città nuova”, una serie di documenti programmatici cui sviluppare nel tempo una diversa azione di governo locale. Gli spunti di riflessione non mancano: pensiamo alla riabilitazione dei quartieri storici, la riqualificazione progressiva delle zone-dormitorio e delle concentrazioni strettamente commerciali, la diversificazione dei mezzi di trasporto, il rilancio del trasporto su rotaia, la revisione radicale dell’arredo urbano e il contenimento dell’inquinamento visivo e acustico.

IN CONCLUSIONE

Lo schema di lavoro presentato è certamente incompleto e necessita di notevoli approfondimenti. Lo sappiamo. Era però importante, ed è il senso di questa proposta, fissare un possibile punto di partenza e immaginare possibili approdi. Lo abbiamo fatto sulla base di due convinzioni profonde. In primis, che per la Destra non esistono leggi naturali nella Storia. Nemmeno le cosiddette leggi del mercato lo sono. Esse, in ultima analisi, sono i semplici risultati di condizioni esterne, ma soprattutto di scelte.

Al tempo stesso, riteniamo che mai come in questi tempi d’eclisse della politica e di primato dell’economia le categorie del politico sono apparse così primarie, necessarie. Politica, dunque, come volontà regolatrice del vivere associato e come prassi attuativa di tale vivere; anche le scelte e le leggi economiche sono un fatto politico. Come ci avvertiva Carl Schmitt è sempre e solo la decisione che conta. E la Destra è cultura della decisione.

Dibattito “DESTRA nel PDL”: il contributo di MARCO VALLEultima modifica: 2009-06-25T12:54:03+00:00da eretico4
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento