Sinistra falsa moralista, ipocrita e bugiarda

La patacca c’è. Ma è di «Repubblica»

 

Lunedì 31 Agosto 2009 11:17

Pur di attaccare Berlusconi, Scalfari inventa di sana pianta un incontro a Roma tra il premier e il direttore del «Giornale» È inattendibile, come molti colleghi che si appiattiscono sul «disgusto» di Bagnasco e cianciano di «falsi». Ecco la verità.

di Vittorio Feltri da il Giornale

E’ impressionante l’appiattimento della stampa italiana. Ieri quattro grandi quotidiani avevano lo stesso titolo d’apertura. Identico. Fotocopiato. E speriamo non concordato. Repubblica, Corriere della Sera, Stampa e Messaggero si presentavano così in edicola: »Bagnasco: attacco disgustoso» (l’unica variante spiccava sotto la testata affidata a Ezio Mauro: anziché Bagnasco, si leggeva i vescovi»).
Sembra di essere tornati ai tempi di Tangentopoli quando i direttori si telefonavano all’ora critica prima della chiusura e concertavano quale piatto offrire al pubblico. Un modo casereccio per editare una sorta di Pravda: la medesima mappazza sotto etichette diverse.
In occasione della vicenda resa nota dal Giornale (e cioè quella del direttore di Avvenire che ha patteggiato per molestie, pagando una sanzione pecuniaria sostitutiva della pena detentiva) le forze armate di carta hanno, mi auguro una tantum, riattivato l’antico cliché corporativo. Ovvio, si trattava difar passare l’idea che la Cei abbia ragione di indignarsi e il Giornale torto a provocare scandalo riportando un fatto documentato. A proposito. Il cardinale Bagnasco giudica disgustoso il nostro attacco, ma non giudica disgustoso l’episodio che lo ha generato e di cui è stato protagonista Dino Boffo. Che razza di morale è questa? Da quando in qua raccontare un reato è peggio che commetterlo? Sua eminenza è fuori strada, e come lui i quotidiani che si sono accodati acriticamente.
Qualche sprovveduto ci ha rimproverati di aver confezionato un falso per colpire Avvenire. Bene. Eccolo servito; pubblichiamo in prima pagina la prova regina: il testo della Procura da cui si apprende dell’avvenuta esecuzione della pena inflitta e il reato relativo. Leggete e mettetevi il cuore in pace. La realtà è questa: Boffo ha patteggiato, e perché lo abbia fatto sono affari suoi, che se vuole può spiegare. Oddio, comprendiamo il suo ritegno e il suo stato d’animo, un po’ meno le dichiarazioni di Bagnasco e per nulla la maniera con cui i giornali le hanno enfatizzate senza nemmeno ascoltare la nostra campana. Ma fin qui accettiamo, siamo gente di mondo.
Ciò che sorprende è la spudoratezza di Eugenio Scalfari, fondatore di la Repubblica, il quale per sostenere la tesi secondo cui io avrei agito come killer di Berlusconi, si inventa una mia visita a Palazzo Chigi nei giorni successivi alla mia nomina a direttore del Giornale. Questa sì è una patacca, resa ancor più grave dalla circostanza, pure inventata, che io stesso avrei detto, non si sa a chi, dì essermi recato dal presidente per mettere a punto in un’ora i piani di attacco mediatico a fantomatici nemici politici.
Un romanzetto fantastico che dimostra una cosa: qui se c’è uno specialista in killeraggio è Scalfari. Il quale se fosse stato un giornalista scrupoloso non avrebbe avuto difficoltà a verificare che a Palazzo Chigi sono andato l’ultima volta quattro o cinque anni fa. Perché chiunque entri nella sede della presidenza del Consiglio esibisce i documenti, e le sue generalità vengono trascritte. Confermo invece di essere stato più recentemente a Palazzo Grazioli: circa due anni orsono; e al governo c’era Romano Prodi.
Se poi non bastasse, sarei disposto a dare il mio ok a chi desiderasse controllare i tabulati delle mie telefonate in entrata e uscita e la durata delle conversazioni, da cui si comprenderà che con il Cavaliere ho parlato in un passato non remoto per un totale di un paio di minuti, non certo sufficienti a elaborare una strategia di killeraggio.
Ergo. La patacca è di Repubblica, non del Giornale. Il killer non sono io, bensì Scalfari che spaccia balle su di me esercitandosi in una pagina di giornalismo basato su congetture anziché sui fatti. Dunque la Repubblica è inattendibile.
Mentre scrivo leggo un dispaccio di agenzia. Il pretendente alla segreteria del Partito democratico, Ignazio Marino, afferma che c’è da vergognarsi di quanto è accaduto negli ultimi giorni. E punta il dito contro di noi.
Marino non può permettersi simili libertà. Semmai è lui che deve vergognarsi: non si fa la cresta sulle note spese. Fregare soldi all’Università (che ti licenzia, di conseguenza) non sta bene e non fornisce la patente per guidare attacchi gratuiti al Giornale.

31 agosto 2009

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Grazie Feltri PDF Stampa E-mail

Lunedì 31 Agosto 2009 11:30

 

Caro Feltri, innanzitutto grazie. È bastato un colpo e l’ha ucciso. Non Dino Boffo, che era già un morto che cammina con la sua pretesa di insegnare agli altri come si deve vivere, ma il moralismo abbietto che per quattro mesi almeno ha infettato la vita politica italiana senza che nessuno, o quasi, a sinistra avesse niente da dire.

di Giorgio Stracquadanio

Ieri ho sentito in televisione Stupi-Dario dire che il Partito democratico si erge a difesa della libertà di stampa. E chi la minaccerebbe? Un direttore di giornale? Sì, perché questo è il mistero della politica e della vita civile italiana: se il giornale dei veri padroni del vapore, la Repubblica, monta un mega scandalo che non c’è nei confronti di Silvio Berlusconi, si inneggia alla trasparenza, si sentenzia sul dovere (sic!) del premier di rispondere alle domande di un porno-cronista d’assalto, si biascica di credibilità e leadership ormai distrutte. Se invece un altro giornale pubblica un documento che, come  Mourinho, dice ai farisei della stampa italiana –   Ezio Mauro e Boffo in testa – “zero tituli”, allora è minacciata la libertà di stampa! Se non fosse questa la cultura del vero regime, il regime “democratico” eretto dalla sinistra in quarant’anni, ci sarebbe solo da sbellicarsi dal ridere.
Non da meno è quell’altro campione di democrazia e libertà, il dalemiano Bersani, che – intervistato dal Tg1 – ha detto più o meno così: “con tutti i problemi che abbiamo, cosa ci interessano i guai di Boffo”. Peccato che quattro mesi fa non abbia detto: “con tutti i guai che abbiamo cosa ci interessa delle cene di Berlusconi”. Oggi sarebbe un filo più credibile, oltre che meno stupi-dario.
La verità, caro direttore, è che Lei ha fatto suo il motto di Theodore Roosvelt, il 26° presidente degli Stati Uniti (da non confondersi con il più noto Franklin Delano Roosvelt che fu il 32°), e che fu insignito nel 1906 del premio Nobel per la pace: “Non colpire affatto se ciò è dignitosamente evitabile; ma se colpisci, colpisci sempre duro”.
E tutti i sepolcri imbiancati che ci hanno fatto lezione di morale – dopo aver predicato per anni le virtù di ogni genere di libertinaggio sessuale – oggi si accorgono della possibilità che un altro motto, stavolta tratto dal vangelo secondo Matteo, si avveri, e cioè che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, come è accaduto al direttore Dino Boffo.
Mi permetta, poi, caro Feltri, una considerazione. Tanti colleghi giornalisti mi chiedono – essendo io deputato del Pdl – se non esista oggi, dopo le rivelazioni su Boffo, un problema di rapporti tra laici e cattolici.
Sorpreso della domanda rispondo che Lei, con il suo giornale, ha agito secondo un insegnamento che ricordo da quando ero bambino e che diceva più o meno così: “Guai a voi ipocriti, maestri della legge e farisei! Voi siete come tombe imbiancate: all’esterno sembrano bellissime, ma dentro sono piene di ossa di morti e di marciume. Anche voi, esternamente, sembrate buoni agli occhi della gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di male”. Credo che tutti riconosceranno la citazione: la fonte è la stessa del motto sulla spada.
Colgo poi l’opportunità, caro Feltri, di dare una risposta doverosa a quei furbetti de Il Riformista, che l’hanno accusata di aver ricicciato notizie vecchie. Intanto, se erano così vecchie non facevano tutto ‘sto casino. E poi, se tutti sapevate di Dino Boffo ed Ezio Mauro, perché gli avete consentito di impartire lezioni di moralità? Anche per voi, che spesso sembrate la filiale sfigata de La Repubblica, “zero tituli” in giornalismo.
Infine, caro Feltri, una precisazione e una promessa. Le ho scritto da giornalista e non da politico e non utilizzerò le notizie che Lei pubblicherà per atti parlamentari di qualsivoglia natura. Qualcuno, però, mi spiega perché i democratici difensori della libertà di stampa al Senato hanno presentato una mozione e alla Camera una interrogazione copiando la Repubblica e il suo porno-cronista e nessuno dice niente? Non sarà la stessa storia per cui la guardia di finanza è andata qualche migliaio di volte nelle aziende della famiglia Berlusconi e non ha dato mai un’occhiatina al rogito della casa di Ezio Mauro?

Con amicizia
Giorgio Stracquadanio

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Pansa: chi la fa l’aspetti

 

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Lunedì 31 Agosto 2009 11:16

All’inizio di agosto, commentando la campagna estiva a colpi di gossip contro Silvio Berlusconi scatenata da Repubblica (il giornale che ha lasciato per approdare al Riformista) Giampaolo Pansa scrisse nel suo Bestiario: «Chi la fa l’aspetti, come dicevano le nostre madri». Disse ciò riferendosi all’ingaggio di Vittorio Feltri al timone del Giornale e prevedendo una «guerra civile nella carta stampata».

di Beppe Boni da QN

Dunque il caso Boffo è la reazione scientifica di Berlusconi o un affondo autonomo del direttore?
«Berlusconi di certo, stanco delle paginate di Repubblica contro di lui, ha pensato che il Giornale diretto da Giordano non replicava a sufficienza. Ha scelto Feltri perché a torto o a ragione lo giudica più aggressivo, un giornalista con la scimitarra in mano, battagliero a volte fino all’eccesso. E a Libero, che non si tira indietro, l’editore Angelucci ha portato, Maurizio Belpietro. Dalla marcia parallela di due cavalli di razza come questi nasce un tipo di giornalismo che è soltanto il benvenuto in Italia».

Feltri però entra a gamba tesa.
«E’ uno che fa il proprio mestiere».

Berlusconi sapeva dell’attacco che stava per essere sferrato all’Avvenire, giornale che lo ha criticato per le escort?
«Sono scettico sul fatto che Berlusconi sappia giorno per giorno ciò che viene pubblicato. Ha altro a cui pensare».

A chi giova questa guerra?
«Ai lettori che trovano giornali schietti».

Crede alla versione attribuita a Boffo, cioè che avrebbe coperto un giovane, ora deceduto, autore delle telefonate di molestie?
«E’ una versione che non regge».

Cosa pensa della posizione della Chiesa?
«Si muove giustamente in modo cauto e a passi lenti. Capisco».

Ora che succederà?
«Credo abbia ragione il Riformista, il quale scrive che Boffo entro l’anno verrà sostituito».

Dia un consiglio a Boffo.
«Non do consigli a nessuno. E tantomeno a Boffo. Saprà lui come muoversi».

I partiti come si stanno comportando in questa vicenda?
«I partiti sono in crisi e si comportano in un modo assurdo. Un esempio? Gli ex Ds sono insorti in difesa di Repubblica perché Berlusconi sporge querela. Sono gli stessi che hanno sempre querelato i giornalisti».

E il leader della Cei che ha parlato di ‘attacchi disgustosi’?
«Ho rispetto per la Chiesa. Ma il problema non è il giornalismo cosiddetto indecente».

E qual è?
«Questo signore, cioè Boffo, ha detto la verità? Perché ha patteggiato una pena? E’ credibile la versione che racconta? E’ a queste domande che bisogna dare una risposta. La Cei , i cardinali, i vescovi prima di parlare di attacchi disgustosi devono preoccuparsi di capire se la vicenda è vera o no. Anche la Chiesa a volte ci ha abituati alle bugie».

E’ credibile che la velina in cui si parla delle abitudini sessuali di Boffo sia dei servizi?
«Io non sono uno di quelli che vede sempre la classica manina dietro alle vicende oscure. Ma il problema resta lo stesso. Qui c’è chi gira intorno alla forma e non si domanda se è vera la sostanza».

31 agosto 2009

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Caso Boffo, i vescovi sapevano tutto da tempo La Cei: “Dovrebbe valutare le sue dimissioni”

Terni – Il fascicolo di condanna c’è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Dino Boffo e del pagamento dell’ammenda massima prevista: 516 per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.

Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo “non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali”: a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.

La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se – secondo quanto si è appreso – il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base – secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo – venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.

Mogavero (Cei): “Messaggio mafioso” “Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato”. Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier “una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso”. Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla “cestinata” e di essere “rimasto indignato della cosa. Se infatti – spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici – dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo”. Un testo del genere, “indirizzato a più persone”, ha lo scopo di “un avvertimento” che, osserva il vescovo, “io da siciliano definirei di tipo mafioso” in particolare “nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi”.

Pensare alle dimissioni “Se ritiene che tutta la vicenda – dice monsignor Mogavero – pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi”. Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? “In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa…. Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti”.

Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è “un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio – sottolinea – si tratti di un autentico scoop”. Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. “Bisogna capire – spiega – che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori – rimarca – si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui”. In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: “Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio – conclude -, ma non la proprietà”.

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Il Vaticano si smarca: «Avvenire imprudente rapporti ok col governo»

RomaLui no, non le ha mai fatte certe predicozze. Non ha mai mischiato il suo inchiostro all’incenso censore. Non hai mai sguazzato nel velinismo e se il suo giornale argomenta di Papi, lo fa per parlare di Pontefici e non di Silvio. E ora catechizza la sua opzione così: «È vero, sulle vicende private di Berlusconi non abbiamo scritto una riga. Ed è una scelta che rivendico perché ha ottime ragioni».
Parole di Giovanni Maria Vian, storico e giornalista, direttore dell’Osservatore romano, quotidiano della Santa Sede. Una presa di distanza forte e chiara dalla linea editoriale di Avvenire, il foglio della Cei guidato da Dino Boffo. Impermeabile alla stampa-monnezza, Vian vola alto. Ma qualche volta plana per mettere i puntini sulle «i», per precisare, chiarire, puntualizzare.
Lo ha fatto ieri, in un colloquio con il Corriere della Sera. «Il quotidiano della Santa Sede non è solito entrare negli scontri politici interni dei diversi Stati, a cominciare dall’Italia. Preferiamo dedicarci ad analisi di ampio respiro, piuttosto che seguire vicende molto particolari, controverse e di cui spesso sfuggono i contorni precisi come quelle italiane degli ultimi mesi». E l’ampio respiro non è mai diventato il biasimevole alito per censurare comportamenti umani, siano essi di un premier in carica.
Tuttavia, di cose terrene parla eccome, Vian: sottolineando che certi scritti di Avvenire non sono stati proprio benedetti Oltretevere. «Non s’è forse rivelato imprudente ed esagerato paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano cattolico?». Due le bordate di Vian. La prima: «Anche nel mondo ebraico sono state sollevate riserve su questa utilizzazione di fatto irrispettosa della Shoah». La seconda: «E come dar torto al ministro degli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati mentre altri, proprio sugli immigrati, usano di norma una mano molto più dura? Mi sembra davvero un caso clamoroso, nei media, di due pesi e due misure».
L’altra planata su cose immanenti giorni fa, quando l’Osservatore Romano bacchettò Repubblica e il «suo» teologo Vito Mancuso. Il quale, scrivendo che «nella Chiesa antica la penitenza era una cosa seria», aveva criticato il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone per aver deciso di sedersi al tavolo con Berlusconi (pranzo poi saltato), a conclusione della festa della Perdonanza. Meglio sarebbe stato – il pensiero del teologo – una scudisciata sulla schiena del premier-peccatore. E l’Osservatore a punzecchiare Repubblica: «C’è chi vorrebbe una Chiesa sempre pronta alle pubbliche condanne invece che alla cura individuale delle coscienze. Alla Chiesa si chiede proprio il contrario di quello che è un comportamento morale: la condanna del peccatore ma non del peccato. Questo sì sarebbe una prova di nichilismo e di coinvolgimento partigiano in vicende politiche contingenti: proprio quello che invece Benedetto XVI e il cardinale Bertone cercano di evitare».
E pure sulle supposte crepe tra governo e Vaticano, Vian sgombra il campo da malevoli letture: «I rapporti tra Italia e Santa Sede sono buoni». Però il Cavaliere diserta l’incontro con Benedetto XVI in occasione della visita a Viterbo, schiuma la schiera di chi sogna una scomunica papale del premier. E Vian precisa: «Berlusconi è stato il primo a chiarire che non sarebbe andato a Viterbo, quando ha capito che la sua presenza avrebbe causato strumentalizzazioni». E ce n’è pure sul presunto strappo in occasione della citata festa della Perdonanza all’Aquila: «Quanto alla rinuncia del presidente del Consiglio, che è stato rappresentato da Gianni Letta, si è trattato di un gesto concordato, di responsabilità istituzionale di entrambe le parti».

E poi, sulla vicenda Boffo, il giudizio di un altro Fedele, con la «F» maiuscola, però: Confalonieri. Il presidente Mediaset saccheggia proverbi laicissimi: «Chi di spada ferisce di spada perisce. E poi… Chi la fa l’aspetti. E non mi fanno certo pena quelli che hanno appiccato il fuoco, e non è stato Feltri, e che ora temono di bruciarsi». E se i falò continueranno a bruciare alti? «Lo chieda ai signori della Santa Inquisizione a senso unico che hanno acceso il fuoco». E par di veder Ezio Mauro con il cerino ancora in mano.

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Feltri tiene duro
Scritto da ansa
Martedì 01 Settembre 2009 08:53

ma la tecnica dell’inversione ai Proci è familiare; e funziona

‘Non ho mai parlato di schedature o informative giudiziarie e il Viminale non c’entra in nessun modo’, precisa Vittorio Feltri sul caso Boffo. Il direttore de Il Giornale replica al direttore dell’Avvenire: ‘Abbiamo un documento che prova un fatto, se il fatto non è vero, Boffo lo smentisca offrendo i suoi documenti ai giornali’. Feltri quindi precisa: ‘Mai stato negli ultimi quattro mesi a Roma, ne’ a Palazzo Chigi ne’ a Palazzo Grazioli e non ho sentito il premier Berlusconi al telefono’.
La tecnica è ben nota. Per disinnescare la bomba i Proci, forti della capillare rete informativa e della sudditanza psicologica generalizzata, come prova che il loro accusatore abbia torto sbandierano l’inconsistenza o l’inesistenza di qualcosa da questi mai detto o sostenuto. L’accusatore, diventato di colpo accusato, ha diritto a qualche centimetro di spazio e a qualche secondo di tempo per rettificare e dimostrare che la controffensiva è in mala fede e fondata sulla mistificazione più assoluta. Ma la schiacciante differenza di tempo e spazio a favore dei Proci che bombardano inesattezze con arroganza e simulata indignazione fa sì che nell’opinione pubblica resti l’immagine rovesciata: così Feltri sembra un pataccaro e Boffo una vittima.

Sinistra falsa moralista, ipocrita e bugiardaultima modifica: 2009-09-03T06:53:17+00:00da eretico4
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3 pensieri su “Sinistra falsa moralista, ipocrita e bugiarda

  1. schifosi volgari subdoli feccia dell’umanità etc-etc
    questo e’ ciò che siete servi e beneficiari di questo merdaio politico
    che ha portato le persone oneste e intellettualmente sane a vergognarsi ad essere italiano.

    mi consolo al fatto che tra breve non sarete più NIENTE

  2. sarebbe troppo facile insultare…è un metodo che lascio agli incolti ma, mi preme precisare che secondo il mio punto di vista l’appiattimento di alcuni giornali è cosi’ ovvio che non vale la pena citarli ma, vale la pena dire che i giornali del sig. berlusconi sanno fare molto bene il loro mestiere …infangare per far si che il fango di cui tutta la destra giornalmente si ricopre si equilibri.sono 15 anni che i governi di centrodestra imperversano e qua non si cava un ragno dal buco…( per carita’ neanche dal governicchio di sinistra) sono 15 anni che il sig berlusconi promette e … si pensa solo ai fatti suoi…che mi ricordi ( e ricordo bene ) per i poveracci ,i lavoratori, i pensionati NIENTE o briciolette come quelle che si danno ai passeri…ALMENO CERCHIAMO DI NON ESSERE ASSERVITI…UN PO’ DI RITEGNO E AMOR PROPRIO NON GUASTA EH!!!!!????!!!!

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